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giovedì 10 marzo 2011

La civiltà della carta da culo

Ecco qui, come volevasi dimostrare: un tifoso denuncia la squadra che ha ceduto il campione di cui aveva comprato la maglietta – e per quel che conta l’avevamo addirittura prefigurato qui. E finiremo così, a denunciarci l’un l’altro, inseguendo un mai soddisfatto desiderio di giustizia, ansiosi d’una inquietudine inafferrabile, illudendosi di poter risolvere sé stessi con un modulo, una causa, un giudice, uno contro l’altro e alla fine tutti contro tutti, in cerca di risarcimenti e rimborso e reintegri, milioni di miliardi di notifiche e milioni di miliardi di speranze deluse. Ma era questo il progetto?
E chissà se davvero, prima o poi, arriveranno quelli che hanno fame sul serio, e con le nostre carte si puliranno il culo.

martedì 15 febbraio 2011

I diritti dell'assassino

La domanda è giuridicamente decisiva: di fronte a crimini odiosi, ma il discorso vale in generale, fino a che punto siamo disposti a delegare alle necessità di accertamento probatorio delle responsabilità penali – accertamento  “al di là di ogni ragionevole dubbio” – in nome di sillogismi deduttivi sia pur di buon senso? Cioè, è bene di fronte a indizi pur forti e a ragionamenti persino condivisibili approvare, e anzi invocare, condanne pesanti – la galera, magari per venticinque anni - anche in assenza della prova determinante? No, che non si può. L’essenza del garantismo, l’essenza degli stessi diritti individuali di fronte alla legge, è seduta proprio su questo malfermo muretto, che separa la norme valide per tutti dall’arbitrio – e fa nulla se questo confine risulta a volte impalpabile, quasi una sfumatura. E in questo senso suona strano sentire la ministra Carfagna, quella che si spertica in filippiche contro la persecuzione ai danni di Berlusconi e alle accuse a lui mosse a suo dire senza prove – parere legittimo, intendiamoci - suona strano sentirla scandalizzata per una sentenza arrivata al termine di un processo di cui non conosce gli atti, non ha seguito lo svolgimento, e insomma, di cui sa nulla.  Sa solo che quello doveva essere condannato. Perché la gente l’aveva già fatto. E dunque così doveva andare.

Si sta qui parlando dell’assoluzione di Luca Delfino, l’uomo che era imputato d’aver ucciso la sua fidanzata. E un anno e mezzo dopo quel delitto, lo stesso Delfino ha poi effettivamente ammazzato un’altra sua ex, assassinio per cui è stato condannato. E, per quanto riguarda la prima vicenda,  esistono persino prove della sua presenza nei pressi del luogo del delitto. E quella sera aveva effettivamente litigato con la donna poi morta. E però per un anno lo stesso magistrato titolare dell’inchiesta non l’aveva arrestato, proprio perché riteneva di non avere in mano una prova processualmente determinante. Poi arrivò l’altro delitto, e le comprensibili polemiche seguenti, «perché era ancora in giro? Perché non era in galera?». Ora quest’altro processo, al termine del quale – come detto - Delfino è stato assolto. Nell’arringa conclusiva, il suo difensore s’era appellato ai giurati, «non dovere giudicarlo in base all’altra condanna, dovete giudicare se l’accusa è riuscita a portare prove della sua colpevolezza in ordine a questa vicenda, e se avete un minimo dubbio dovete assolvere». Giusto. Al-di-là-di-ogni-ragionevole-dubbio. E i giudici hanno assolto. 

Ora, superfluo sottolineare che non si parla di verità assoluta, ma di verità processuale. L’omicidio è orribile, il personaggio certo detestabile, gli indizi tanti. E’ persino più che ragionevole credere che sia effettivamente lui, il colpevole. Basta? No, non basta. Che poi uno dice: ma scusa, ma chi vuoi che sia stato? Adesso basta? Ma no, che ancora non basta. E non è mica questione di formalismo. E’ che aggirando la regola, il processo si riduce poi a una patetica pantomima.

E’ sempre così: tutti quanti sono garantisti con i loro amici, o comunque con quelli di cui hanno buona considerazione, poi se ne dimenticano quando si tratta di persone che invece giudicano poco meritevoli, se non addirittura "cattive". Ma anche gli assassini devono poter contare sui diritti garantiti a tutti gli altri: sembra banale, in Italia non lo è. Regola certo a volte difficile da accettare. Ma l’unica possibile.

martedì 4 gennaio 2011

Più galera per tutti

Notizia davvero allucinante è quella relativa alle motivazioni in base alle quali è stato arrestato quel ragazzo di Gemonio,  accusato d'aver tirato una bomba-carta contro una sede della Lega (che poi in realtà era un petardo). Motivazioni che si evincono dal documento con cui il Giudice per le indagini preliminari ne ha invece disposto l’immediata scarcerazione. E dunque, dice il giudice evidentemente sconfessando l’altro magistrato che quest'arresto ha ordinato, le manette sono scattate in base a «una mediocre delazione dettata da piaggeria e forse (forse…) non sufficientemente filtrata». Anche perché gli elementi d’accusa si basavano sul fatto che il ragazzo «ha riferito di essere impegnato in un gruppo musicale metal il cui pubblico affetta atteggiamenti anarchici o dichiara simpatie di sinistra». E, tanto per ribadire, in base a ciò un 21enne incensurato si è fatto tre giorni di galera.

Ora, l’episodio ha avuto risonanza per via delle reazioni politiche nazionali scatenate da quello che era stato presentata come un grave attentato (peraltro, il ragazzo arrestato pare sia figlio di un esponente leghista, ma tant'è). Ma, al di là delle speculazioni politiche sullo specifico caso in questione, chissà quanti di questi invece non emergono, con povericristi innocenti – magari nemmeno in grado di difendersi – che invece in cella ci restano per molto più tempo. Tanto per dare un termine di paragone, guardando ai dati diffusi dallo stesso ministero della Giustizia relativi ai procedimenti aperti per ingiusta detenzione (e dunque non contando quelli che non hanno portato a una denuncia), ecco, fra il 2003 e il 2007 sono stati complessivamente 9.557 gli arresti immotivati. Novemilacinquecentocinquantasette. Cioè, in cinque anni è stato accertato l’arresto ingiusto di quasi diecimila persone, che poi vuol dire una media di circa cinque al giorno. Cinque persone ogni giorno ingabbiate senza che ce ne fosse motivo.

Un numero che, una volta di più, evidenzia come sia assolutamente necessaria una profonda riforma delle procedure penali. Una riforma della giustizia, tanto per usare la consueta formula. E invece si resta paralizzati, fra le esigenze del presidente del Consiglio che intende questa riforma unicamente come strumento punitivo e di controllo nei confronti di una categoria che ritiene nemica, e questa stessa categoria – quella dei magistrati, per l’appunto – che troppe volte s'è dimostrata insofferente nei confronti di un cambiamento sistemico, nonostante sia evidente che proprio il sistema funziona malamente. 
E poi certo, intendiamoci, ci sarebbe anche da approfondire in ogni direzione, parlando per esempio dei mezzi insufficienti a disposizione delle Procure (UPDATE: ecco, per l'appunto, l'ultima denuncia dell'Anm) e della necessaria ridefinizione dei distretti giudiziari, ma richiederebbe troppo spazio.

Non c’entra molto, ma a fronte di questa situazione vien da ricordare che nel 2010 sono stati 66 i suicidi nelle carceri, secondo i dati ufficiali. E stando al rapporto dell’associazione Antigone, nei 206 istituti di pena italiani sono ospitati 68.527 detenuti a fronte di 44.612 posti letto regolamentari. Ed è da tempo immemorabile che il governo ha promesso la messa a punto di un piano carceri, anche con punte di involontaria comicità.

Poi ditemi se questo è un Paese civile.